Man in an Orange Shirt
Man in an Orange Shirt è una miniserie britannica, composta da due episodi e trasmessa dal canale BBC Two, che fa parte di un filone di programmi che la tv d’oltremanica sta mandando in onda per celebrare il 50° anniversario da quando l’omosessualità non è più ritenuta un reato.



Patrick Gale è l’ideatore della storia a tratti autobiografica in quanto una scena contenuta nel pilot è tratta da un episodio della vita dei suoi genitori: la scoperta da parte della madre di alcune lettere d’amore che il marito ha ricevuto, durante la sua permanenza al fronte, dal suo caro amico nonché testimone di nozze.

Ma andiamo con ordine: durante la seconda guerra mondiale, il capitano Michael Berryman, interpretato da Oliver Jackson-Cohen, incontra un artista bohémien di nome Thomas March (James McArdle) e tra i due scatta la scintilla del vero amore. Alla fine del conflitto, i due si ritrovano e trascorrono un week end intenso e passionale. Ma, c’è sempre un ma, Michael ha una ragazza di nome Flora (Joanna Vanderham) che l’attende per convolare a nozze.

E così avvenne, Michael sposa Flora e costruisce la sua vita secondo i canoni tradizionali “dell’epoca” tentando di reprimere in tutti i modi i sentimenti che provava per Thomas.

Il filo conduttore dell’intera trama è Flora che vediamo sessant’anni dopo, questa volta interpretata da Vanessa Redgrave, assistere ad un’altra storia di omosessualità nella sua famiglia, quella del nipote Adam Berryman, interpretato da Julian Morris.



L’intera storia è avvolta da un alone tristezza e contornata da sentimenti di rabbia e frustrazione. Michael vive per inerzia e secondo le convenzioni sociali assimilate, costruendosi un’esistenza che ritiene giusta rinunciando, di conseguenza, alla vera felicità. Thomas, abbandonato dall’amore della sua vita, non combatte con assoluta convinzione per quell’amore così palese e reciproco, anzi allontana ancora di più l’uomo per il quale perde il controllo. Flora, dopo aver scoperto lo scambio epistolare tra i due uomini, si accontenta di un legame coniugale privo d’amore ed assiste alle scappatelle del marito con altri uomini, rimanendo impotente di fronte ad una vita che ha deciso di vivere solo per una stabilità domestica ed affettiva per il bene del loro figlio, Robert.



Non sono andata alla ricerca di spoiler o della trama dell’ultimo episodio perché voglio godermi la visione senza aspettative o pregiudizi, lasciandomi stupire ed analizzare ogni scena in modo neutrale.

Sicuramente, il ponte tra il passato e il presente sarà la figura di Flora e sarà interessante scoprire come una persona, vissuta in due periodi storici cruciali per il tema dell’omosessualità, affronterà nuovamente la questione. Sessant’anni prima, non aveva nessuna conoscenza sul tema, la riteneva un atto osceno perché la società civile l’aveva definita in tal senso, ma, nonostante ciò, non ha denunciato il marito e l’ha lasciato libero di essere ciò che è.

E nel presente? Sarà interessante scoprire quanto e come l’abrogazione della legge che vietava l’omosessualità, catalogandola come atto osceno, abbia realmente inciso sull’apertura mentale delle persone. La società civile si è evoluta, le conoscenze sulla natura dell’uomo si sono ampliate sia in campo medico quanto in quello psicologico e sociologico. La scienza ha fatto scoperte importanti, le battaglie sociali per la parità dei diritti e la sensibilizzazione del mondo intero hanno messo le basi affinché non ci si stupisca più per ogni sfaccettatura di cui ogni persona è dotata dalla nascita.

La mia impressione, vedendo il pilot, è che l’obiettivo di questa mini serie sia farci pensare e riflettere se una legge scritta e la conseguente pena possano impedire una reale ed effettiva accettazione di tematiche particolari o se sia solamente l’uomo, in quanto singolo individuo, a negare l’esistenza di peculiarità dei suoi simili. Volente o nolente, anche al giorno d’oggi, siamo bombardati da stili di vita secondo cui sarebbe “giusto” uniformarsi e attraverso cui potremmo raggiungere la vera felicità e un totale appagamento, arrivando alla terza età con soddisfazione per la vita vissuta. Ma è realmente così? È una legge che ci permette di essere chi vogliamo essere o siamo noi stessi a limitare le nostre aspirazioni, desideri, modi di essere e di fare?

È un tema assai delicato e ampio e chi ha visto When we rise (per chi non l’avesse fatto, i sottotitoli sono disponibili su Subspedia) avrà potuto notare quanta storia ci sia dietro queste lotte e quanta realmente sia a conoscenza di tutti, quindi mi fermo qui e lascio a voi analizzare ed esprimere i vostri pensieri.

Vi auguro una buona visione!

Stefi7
Articolo scritto da Stefi7 il 04/08/2017, 18:50.
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